giovedì 8 novembre 2012

Iran, un blogger dissidente muore in carcere per aver usato Facebook


Morire per aver utilizzato Facebook. L'opposizione iraniana sul sito Kaleme annuncia così il decesso in carcere di un blogger, Sattar Beheshti, uno dei tanti a non essere uscito vivo dalla terribile prigione di Evin, a Teheran. Nel corso degli anni, iraniani convertiti al cristianesimo sono stati detenuti per brevi e lunghi periodi. Beheshti aveva 35 anni, era un sindacalista vicino al movimento di Mir Hossein Mousavi.

Con il suo lavoro sosteneva i genitori e dedicava il suo tempo libero a far conoscere al mondo le storture del regime. Questo gli è costato la vita: arrestato il 30 ottobre dalla Cyber Police, la polizia cibernetica, creata nel gennaio 2011 appunto per vigilare sulla rete, è stato arrestato e rinchiuso dopo il sequestro del suo computer e dei suoi effetti personali. 

Dopo una settimana la telefonata ai genitori: preparate una bara e una tomba e venitevelo a prendere. Problemi di cuore, secondo la versione ufficiale. Pesanti maltrattamenti, secondo le testimonianze che si rincorrono in rete dove si trova anche un'intervista con la sorella, che ha disobbedito all’ordine della polizia ai familiari di Sattar: tenere la bocca chiusa e non rilasciare interviste. 

Commentando i rapporti sulla morte Beheshti, il ministro del Regno Unito per il Medio Oriente e Nord Africa , Alistair Burt, ha detto: "Sono scioccato per la notizia che Sattar Beheshti, un giovane cittadino iraniano, che potrebbe essere morto in stato di detenzione in Iran solo perchè favorevole alla difesa dei diritti umani su Internet". 

"Purtroppo, abbiamo visto molti casi simili di iraniani rinchiusi e maltrattati in carcere per aver espresso tali opinioni. Se le notizie sono vere, questo è l'ennesimo tentativo vergognoso da parte del governo iraniano di schiacciare ogni forma di libera espressione da parte dei suoi cittadini. Le autorità iraniane hanno piena responsabilità della vita di Beheshti in prigione e chiedo all'Iran con urgenza di confermare ciò che gli è successo".


Fonte: La Stampa

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